Mattia Parodi

photographer

«Sono nato e cresciuto a Genova – inizia così quando gli chiediamo di raccontarci del suo percorso artistico –. E seppur i primi incontri con la fotografia, come spesso accade, siano avvenuti in giovane età, attraverso gli album di famiglia, le foto delle vacanze e gli atlanti illustrati, sono sempre stati casuali e il mio interesse per la fotografia è rimasto latente. Ho avuto modo di approcciarla in maniera concreta durante gli studi in Design e grazie ad altre discipline come la grafica e il design del prodotto, ancora oggi ambiti centrali della mia pratica, e più intensamente durante gli anni trascorsi a Urbino all’ISIA. Ricordo quel periodo con grande gioia, sia dal punto di vista delle amicizie sia per la quantità di stimoli positivi teorici e pratici sul mondo della fotografia. Mi ritorna in mente un workshop di Jason Fulford, in cui definì Urbino “un’isola” per la sua posizione geografica e la difficoltà nel raggiungerla, città ideale per dedicarsi esclusivamente ai propri interessi e studi. Per me è stato davvero così».

Ci incuriosisce sapere da cosa trae ispirazione per le sue opere. «Una specie di onda, di oscillazione, che interrompe il flusso precedente, ne modifica la struttura, generandone una nuova. È con questa immagine che associo l’attimo in cui mi capita di trovare qualcosa che stimola il mio interesse, tanto da diventare fonte d’ispirazione. Questo processo è spesso legato a un evento, un incontro con un’immagine, un autore o un libro, ma rimane sempre un momento transitorio, in cui qualcosa viene distrutto per trasformarsi. Se pensassimo a questo succedersi di eventi come un una stratificazione, alla base si troverebbero autori che hanno influenzato il mio percorso: per quanto riguarda la fotografia i primi che mi vengono in mente sono Atget, Walker Evans, Paul Strand, John Gossage e Guido Guidi. Un altro punto di riferimento culturale ed estetico è la poetica surrealista, il cui merito è stato quello di saper generare un discorso trasversale in grado di coinvolgere diverse discipline: fotografia, pittura, illustrazione, poesia, psicoanalisi, antropologia. Un’ottima sintesi di tutto ciò può essere la rivista Minotaure, pubblicata all’inizio degli anni Trenta e alla quale contribuirono autori come Breton, Picasso, Brassaï, Bataille, Duchamp e Callois. Infine gli autori Walter Benjamin e Aby Warburg sono stati fondamentali per le loro riflessioni riguardo alla storia, memoria, cultura e immagini, penso soprattutto a Passages e Atlas Mnemosyne tra i tanti».

Ma cos’è un’immagine per Mattia Parodi? «Un’immagine fotografica per me è innanzitutto un’apertura. È il prodotto di un processo meccanico indissolubilmente legato al suo referente: una persona, un oggetto, un’architettura. Questa derivazione tecnica che la costringe a un’apparente neutralità in realtà costituisce lo strumento in grado di aprire il campo percettivo e delle possibilità. Di fronte a un’immagine ci troviamo sempre di fronte a una soglia, un montaggio di tempi eterogenei in cui il presente dell’immagine subisce un arresto e il passato non smette mai di riconfigurarsi. Per far sì che ciò accada è necessaria la partecipazione del soggetto che la osserva e quindi dell’incontro tra immagine e corpo, in cui l’immagine agisce da sintomo, da attivatore di un processo estetico in cui il soggetto si trova a fare esperienza di significati attraverso la percezione di segni, colori, composizioni, sequenze a partire proprio dal suo stesso corpo. Il processo, invece, – prosegue Mattia – è mediato da un’esperienza diretta delle cose, dall’incontro con un luogo o una persona, in cui l’atto fotografico va considerato non tanto come gesto conclusivo di una pratica di rappresentazione della realtà quanto più come atto in potenza, in grado di generare infinite possibilità di lettura grazie al lavoro di montaggio. Questa combinazione di istanze particellari genera una nuova forma di conoscenza, che procede per salti, per elementi dialettici e discontinui. Un’operazione che mette in crisi la definizione di uno statuto dell’immagine, forse l’aspetto che più mi interessa, il suo situarsi sempre in un intervallo, l’apertura che essa crea e le infinite possibilità che ci offre».

E la fotografia contemporanea? «Negli ultimi anni, non è difficile pensarlo come un trend ormai consolidato, l’attenzione si è spostata in parte verso una fotografia di stampo più commerciale, o meglio la richiesta da parte di brand, aziende e studi nei confronti di autori con background differenti è aumentata rendendo quasi obsoleta la separazione tra fotografia commerciale e fotografia autoriale. Il che ha portato a un’ibridazione del risultato finale.

Parlando di editoria fotografica quello che noto è un rallentamento quantitativo di pubblicazioni, complice il periodo storico che ha impedito lo svolgimento di fiere e festival, aspetto che tuttavia non reputo del tutto negativo per via della sovrapproduzione degli anni passati che ha generato sì un interesse maggiore nel pubblico ma ha anche creato confusione e tolto valore al libro fotografico. Tra i progetti editoriali del momento che reputo più interessanti mi fa piacere citare il lavoro di Federico Clavarino, amico e autore, del quale ammiro, oltre alle capacità fotografiche, l’abilità nel far evolvere il proprio discorso e la propria ricerca anche attraverso l’oggetto libro introducendo ogni volta un registro differente in cui l’immagine fotografica è un frammento di una narrazione più ampia che si trova in dialogo con altri elementi, quali testi, installazioni e sculture».

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Portfolio

Per me un’immagine fotografica è innanzitutto un’apertura. È il prodotto di un processo meccanico indissolubilmente legato al suo referente, una persona, un oggetto, un’architettura. Questa derivazione tecnica che la costringe ad una apparente neutralità in realtà costituisce lo strumento in grado di aprire il campo